Inclusione sociale e sportiva come senso di appartenenza

Mi sono accorto che molto spesso si parla di inclusione sociale che abbraccia numerosi aspetti e ambiti tra i quali l’inclusione scolastica e l’inclusione lavorativa. Il fine ultimo dell’inclusione sociale è garantire l’inserimento di ciascun individuo all’interno della società indipendentemente dalla presenza di elementi limitanti. L’inclusione indica lo stato di appartenenza a qualcosa, sentendosi accolti e avvolti. L’inclusione sociale rappresenta la condizione in cui tutti gli individui vivono in uno stato di equità e di pari opportunità, indipendentemente dalla presenza di disabilità o povertà.

L’inclusione è descritta da caratteristiche specifiche:

  • Si riferisce a tutti gli individui
  • Si rivolge a tutte le differenze senza che queste siano definite da categorie e da criteri deficitari, ma pensate come modi personali di porsi nelle diverse relazioni e interazioni
  • Mira all’ eliminazione di ogni forma di discriminazione
  • Spinge verso il cambiamento del sistema culturale e sociale per favorire la partecipazione attiva e completa di tutti gli individui
  • Mira alla costruzione di contesti inclusivi capaci di includere le differenze di tutti, eliminando ogni forma di barriera
  • Allontana da sé la concezione di abilismo e di normativa

 

In ambito accademico e di ricerca molti studiosi hanno dato una propria definizione di inclusione:

  1. è l’ampliamento dell’orizzonte nella riconquista di un senso di appartenenza
  2. è un metodo e prospettiva in grado di realizzare un processo di riconoscimento reciproco, in cui le ragioni di ciascuno si incastrino in un percorso di crescita comune
  3. è un modo di vivere insieme, basato sulla convinzione che ogni individuo ha valore e appartiene alla comunità

 

Così intesa, l’inclusione può avvenire non solo nella scuola ma in molteplici ambienti: lavoro, gioco, ricreazione, sport.

Molto spesso però si parla in inclusione come integrazione ma la teoria e le belle definizioni non rispecchiano, in parte o totalmente, la realtà dei fatti e le azioni non coincidono mai con i buoni propositi.

Per esperienza, l’inclusione c’è e si nota soprattutto all’interno di squadre, di società sportive accumunate da una medesima passione sportiva come può essere il calcio, la pallavolo, il basket, il canottaggio, lo sci, il tennis, il rugby, l’atletica: tante isole felici ma che insieme fanno parte di un unico arcipelago denominato sport. L’inclusione, per come la intendo io, ha una veduta ampia, che coinvolge più discipline sportive, diverse ma che possono convivere insieme, con idee di pensiero e allenamenti specifici ma mantenendo il rispetto reciproco.

Nella realtà di tutti i giorni, succede spesso che, chi pratica una disciplina sportiva si sente superiore-migliore rispetto a chi pratica altri sport. Spiegare perché questo accade non è semplice e forse alla base di tutto ce una poca cultura sportiva e un’educazione basata sul bene del singolo e non della collettività. La regola è che tutti coltivano il proprio orticello e i frutti che raccolgono non vengono condivisi con gli altri. L’eccezione di casi di integrazione, di condivisione, di aiuto in ambito sociale, lavorativo o sportivo fanno clamore! Ma abbiamo mai pensato che allenamenti specifici di alcuni sport possono essere integrati in altri sport per migliorarne le prestazioni?

La vera inclusione chiede di non pensare più per noi stessi ma di agire per il noi collettivo, di creare le condizioni interpersonali ed ambientali favorevoli alla crescita individuale e del gruppo in tutti gli ambiti e questo è possibile aprendo la mente ad orizzonti più ampi, investendo le proprie risorse per il bene comune col fine di raggiungere prospettive migliorative per tutti.

 

 

Pierpaolo Narciso