Agonismo sportivo e professione: quando si arriva a fine corsa

Lo sport aiuta?

O meglio, lo sport praticato a livello agonistico come può aiutarci nella professione? Cosa ci insegna a gestire, a valorizzare di noi stessi?

 

Partendo dal presupposto che i risultati ottenuti nello sport sono la somma di più componenti: di sacrifici, impegno e rinunce ma anche di voglia di arrivare, di ambizione e di energia incanalata ed espressa nella sua forma ottimale al fine di raggiungere l’obiettivo prefissato.

E’ il singolo soggetto che decide come arrivarci, quanto tempo, energia e risorse personali investire.

 

Ma raggiunti determinati traguardi sportivi e arrivati al termine dell’ “avventura agonistica”, anche la carriera di un atleta finisce in prospettiva di un nuovo percorso di vita: cosa faremo? Continueremo nell’ambito sportivo all’interno di una società oppure intraprenderemo un lavoro completamente diverso?

 

In molti casi si rimane all’interno della propria Società mettendo la propria esperienza al servizio dei più giovani; in altri viene offerta la propria immagine come simbolo di una carriera che è sempre stata da esempio dentro e fuori al mondo sportivo; in altri casi, ancora, la figura dell’atleta professionista è “sfruttata” da entrambi le parti: per dare notorietà alla società sportiva e/o per ricevere vantaggi personali.

 

C’è chi, poi, decide per un cambio totale di rotta, per continuare a mettersi in gioco e crescere personalmente e professionalmente in altri settori.

Questo è sinonimo di volontà, di un’indole soggettiva ma anche di consapevolezza di se stessi, delle proprie conoscenze e delle proprie capacità.

Non da meno è capire cosa si è portati a fare, cosa ci riesce meglio, in coso riusciamo ed esprimerci e a dare il meglio di noi stessi…siamo delle persone che seguono la massa o siamo persone che vogliono distinguersi e creare qualcosa di nuovo per se stessi e per gli altri?

 

Se siamo delle persone che vogliono prendersi poche responsabilità e non esporsi, lavoreremo sempre di riflesso.

Se siamo delle persone che vogliono “essere in prima linea”, lavoreremo sempre come imprenditori, come responsabili, come amministratori.

 

Esempi di persone che lavorano di riflesso, c’è ne sono e molti, come chi si appropriano di idee e progetti di altri per farne cosa propria e guadagnarci.

Ma questo, si sa, è una pratica scorretta, poco sportiva: è come vincere una partita su goal inesistente.

Lo sport ti insegna a seguire delle regole, la disciplina, a rispettare gli altri e anche a lavorare in team.

Gli stessi principi, una volta acquisiti e fatti propri, possono essere applicati alla professione.

 

La differenza tra sport e lavoro sta nel fatto che nello sport si viene premiati sempre per meritocrazia, Nel lavoro, molto spesso, non è così perché si raggiungono determinati livelli o per favoritismi o solo perché si subentra nell’attività già avviata dei genitori.

E’ il tempo poi che farà emergere la verità, se ricopriamo il ruolo che ci spetta o meno.

 

E come nello sport ci vogliono anni di preparazione atletica per arrivare a salire sul podio, anche per il lavoro ci vogliono anni di esperienza, gavetta, costanza, voglia di imparare per poter raggiungere posizioni di rilievo o dirigenziali.

Spetta poi a noi prefissarci un altro obiettivo da raggiungere, magari anche in un altro settore alla ricerca continua del proprio miglioramento.

Perché, è con le piccole sfide quotidiane che si arriva a grandi risultati.


N. P.